Rabu, Juli 8

18

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
)
Adesso Brušek stava togliendo da una scatola metallica alcune creature simili a granchi (forse, prima che Brušek le catturasse, erano state davvero dei granchi).

Avevano una sola chela, priva di corazza; una protesi, credo; le altre zampe erano più corte del normale (ma “normale” qui non significa nulla), coperte da una ragnatela sottilissima, secreta dall’esoscheletro. Non occorreva catturarli: si arrampicavano da soli, dentro un mestolo da minestra. Quando il mestolo toccava l’interno della scatola, i granchi vi scivolavano dentro docilmente, con movimenti da orango.

Dopo toccava a me. Brušek aveva già preparato i ferri, in ordine davanti alla mia gabbia.

Selasa, Juni 2

Con il cuore in bocca

A volte viene e mi porta delle fotografie. Le tiene dentro una scatola per le scarpe. Gli piace fotografare i portoni delle case e gli uccelli quando si posano sulle gru. Me le fa vedere una per una e per ognuna mi spiega come l'ha scattata, e dove. Quando c'è n'è una che gli piace più delle altre, picchia uno contro l'altro i suoi denti di legno e mi dice "Ti piace questa, mamma?".
Lui mi chiama mamma perché è pazzo, ma a me va bene, e a quel punto di solito me lo prendo in braccio. Per poter piegare la schiena ha una specie di mantice di cartone, e quando lo tiro su fa un suono da fisarmonica scassata. E' spettrale.
Ogni volta che lo prendo in braccio succede che mi taglio contro una scheggia: chi l'ha costruito non era un bravo falegname. Poi lui chiude la scatola delle fotografie e stiamo un po' in silenzio, a giocare alla mamma e al figlio, proprio una cosa da manicomio. Secondo lui sto anche cominciando ad avere quell'odore da malattia mentale, come di biscotti vecchi, e un giorno, semplicemente per mandarmi in bestia, mi ha regalato le pantofole nere che secondo lui fanno indossare a tutti quelli che hanno malattie nervose. "Sono per i tuoi nervi; scaldano i piedi", mi ha spiegato proprio come se parlasse a un idiota, e io non riuscivo a capire come avesse fatto a risparmiare tutti i soldi per le pantofole, e non facevo che dirgli che il pazzo era lui, lui e basta, e andavo su e giù per la stanza come una tigre finché non ho picchiato in uno spigolo col mignolo del piede, e allora dalla rabbia l'ho preso e l'ho gettato nel fuoco, così adesso da una parte della faccia è tutto bruciacchiato, ma non l'ha presa troppo male; quando è di umore romantico, dice che il suo nome d'arte è Ciano Mezzaluna.
Dopo un po' che lo tengo in braccio lui gira gli occhi di vetro (fanno un rumore come di piatti appena lavati) e mi dice "Fischia la berceuse!" e io gli fischio la berceuse e inizio a sentirmi di buonumore perché di solito dopo la berceuse andiamo al luna park.
Al luna park è sempre così:
All'ingresso incontriamo un tizio con un bastone da passeggio; non ho mai capito bene chi è, ma è un uomo del luna park; Ciano lo guarda e gli dice: "Questo luna park puzza di piscio", e l'uomo senza nemmeno guardarlo alza il bastone e glielo picchia sulla testa. Poi entriamo. Dopo pochi passi, Ciano mi ferma tirandomi per i pantaloni e mi dice "Stai bene attento, Cubber", e io inizio a tenere le risa; "stai bene attento, abbiamo pochissimi soldi. Pochissimi. Lo sai." Se c'è una cosa bella, è proprio avere pochissimi soldi al luna park. Quando da piccolo andavo al luna park e avevo tutti i soldi che servivano mi veniva sempre da piangere. "Dobbiamo scegliere con attenzione, possiamo andare solo su una giostra. Solo una, capisci? Non possiamo sbagliare." Così le guardiamo tutte, con calma, masticando le quattro monete che abbiamo e fischiando la berceuse, e siamo così calmi e attenti e abbiamo così pochi soldi che ci sentiamo più belli che mai. Arriviamo al carretto dei dolci. "Allora; per prima cosa il gelato, soldi o non soldi quello non deve mancare; eccoci; allora, voglio pistacchio e cioccolato; grazie; infilaci anche una di quelle bandierine di carta; no, questa è della Francia, non va bene; dammi quella lì; sì, quella; andiamo".
Dopo il gelato inizia a tirare, perché siamo vicini alle montagne russe, e io devo mordermi le labbra per non ridere, perché alla fine scegliamo sempre le montagne russe. "Il gelato non si può portare", gli dice il ragazzo delle montagne russe, e allora Ciano va dal primo bambino che capita e gli regala il gelato, intatto, ma si tiene la bandierina. Ciano non piace molto ai bambini, e non so perché accettino un gelato da lui, però lo accettano quasi sempre, e i loro genitori non hanno mai niente da obiettare. Sono cose che non capirò mai.
Partiamo.
Partiamo e dopo la salita quando il treno inizia a precipitare e ti senti con il cuore in bocca Ciano batte i denti in quel suo modo come nacchere e tutti urlano intorno a noi e io sono talmente rimbambito dal buonumore che mi vengono le lacrime e ogni volta penso che anche le lacrime fanno il giro della morte dietro la mia testa e Ciano alla mia destra è sempre più eccitato e agita la bandierina di qua e di là e batte i denti e anche se non ha senso ogni volta mi fa ridere quando nel punto più pericoloso della corsa strilla ridendo anche lui disperatamente: "Viva la repubblica italiana!"

Rabu, Mei 20

Chopin, Berceuse op. 57

La gabbia più bella era quella delle scimmie, con i rampicanti che sembravano davvero delle liane; anche all'ora di pranzo, con tutto il sole che passava per le sbarre, in fondo alla gabbia c'era così buio che sembrava quasi che le scimmie ci fossero ancora. Mangiavamo panini con i pomodori e con i wurstel freddi. Subito dopo le scimmie, c'era una striscia di terra che affondava nel prato. "Quello era per l'ippopotamo; una volta era un fiumiciattolo"; io cercavo di immaginare come si fa a togliere un fiumiciattolo dalla terra, pensavo a degli operai molto seri, con dei tubi e delle reti speciali per non fermare la corrente del fiume anche quando lo si stacca dal terreno, e all'ippopotamo che veniva portato via insieme al fiume. Non sapevo che cos'era un ippopotamo e mi ero fatto l'idea che fosse come un grosso pappagallo marino.
(Anche i papaveri, credevo che fossero uccelli, e rimasi molto male la prima volta che ne vidi uno, non potevo credere che fosse proprio quello, un papavero. Abbastanza stranamente, adesso invece i papaveri sono i miei fiori preferiti. Non li raccolgo mai.
Forse pensavo che i papaveri fossero uccelli perché il loro nome suonava un po' come papà, e il primo ricordo che ho di mio papà è di lui seduto sul mio letto; io sono ammalato; da fuori si sente un merlo che fischia, e mio papà inizia a fischiare anche lui, poi mi insegna a fischiare. Mio papà come corporatura assomigliava a Wittgenstein, e mi diceva sempre che la sua musica preferita era quella di Mahler; però in casa non avevamo neanche un disco di Mahler.)
"In queste vasche c'erano serpenti marini capaci di mangiarti in un boccone"; se ti mangiano in un boccone non puoi morire, sei solo nascosto, basta trattenere il respiro, poi piano piano metti fuori la testa, perché lo stomaco dei serpenti è uguale a una coperta attorcigliata. "Qui c'era la pantera nera. Quando è notte, vedi solo gli occhi gialli. Brillano al buio"; gli occhi della pantera nera mi davano gli incubi, ma ogni volta che passavamo davanti alla gabbia vuota, chiedevo al nonno di raccontare. La gabbia della pantera era ancora pulita e ben illuminata, ma a volte mi sembrava lo stesso di vedere gli occhi gialli che brillavano. "Le oche selvatiche sono capaci di correre sull'acqua come Gesù. Si aiutano con le ali, corrono sull'acqua sempre più veloci finché volano via"; volevo essere un'oca selvatica; ci pensavo quasi tutti i giorni; poi un giorno ho visto un quadro di Chagall e ho pensato che anche l'uomo e la donna del quadro erano oche selvatiche, e quella è stata la prima volta che ho pensato all'amore. Vicino al cancello c'era una pianta di ribes. Lì ci trovavo sempre altri bambini, ci prendevamo a botte e ci spingevamo nelle spine e nelle ortiche. A volte c'era anche una ragazza, veniva con noi per un po' e parlava con il nonno; mi ricordo che diceva sempre "Sono cazzi miei", io non riconoscevo la parola e allora chiamavo la ragazza proprio Cazzimièi, e lei rideva, mi tirava su e mi faceva girare per aria; mi piaceva perché aveva gli occhi cattivi, ma quando mi abbracciava mi faceva male; forse vendeva della roba al nonno, non ricordo, poi un giorno mio nonno e Cazzimièi stavano parlando e subito dopo ho visto mio nonno piegato in due che si teneva tra le gambe e si lamentava e Cazzimièi che andava via inciampando nella ghiaia, e non l'abbiamo più vista, ma forse anche questo l'ho solo sognato.
(Anche adesso sono due, ma sono più difficili da vedere, e comunicano più con i movimenti che con le parole. Il posto del nonno è stato preso da un magro paggio russo, mentre dove c'era la ragazza ora c'è un minuscolo drago giallo che si accartoccia come un pangolino e fa rumore di foglie secche. Se vengono insieme mi si mettono a lato, a destra e sinistra, come una scorta; se sono soli la posizione è casuale, e i movimenti più liberi. Le gabbie, le vasche, le voliere e le grotte sono ancora vuote.)
"Qui c'era una foca. La facevano giocare con una palla. Contava le monete nelle tasche degli spettatori. Che trucco. Era come se ti leggesse nel pensiero. C'era una gabbia piena di farfalle, e le giraffe". Diceva sempre "Le farfalle e le giraffe", e anche adesso io non riesco a pensare alle farfalle senza che mi vengano in mente anche le giraffe, e viceversa. Un giorno sono salito su un albero per essere alto proprio come sul collo di una giraffa, e dopo un po' che guardavo giù ho alzato gli occhi e ho visto un cervo volante; era sul ramo sopra il mio; era vicino; luccicava e ad ogni movimento sembrava lì lì per cadere; mi sono messo in piedi sul ramo per guardarlo da vicino, ero in punta di piedi e stavo quasi per catturarlo, poi qualcosa si è mosso e io ho perso l'equilibrio.

Sabtu, April 11

I cieli immensi cantano

Comunicato n. 235
Sulle prime, abbiamo pensato che fosse un nuovo tipo di arma, o meglio di armatura, e quindi abbiamo abbattuto i primi a cannonate. Non è stato difficile, però è stato un errore, perché non erano né nemici né tantomeno soldati, almeno non in senso stretto.
La colpa di tutto è, tanto per cambiare, dei poeti e dei pittori. A dar retta agli uni, a guardare i cosiddetti capolavori degli altri, uno finisce col farsi un'idea quasi sempre sbagliata delle cose, in particolare delle cose che non ha mai visto, e così può succedere che dopo, quando uno le cose se le trova davanti per davvero, e per riconoscerle ha solo le istruzioni dei poeti e dei pittori, che Dio li cancelli, in realtà non le riconosce per niente, ogni volta che le cose le si vede per davvero non si sa se è più la delusione o lo spavento, da tanto sono differenti dalle poesie e dai quadri, e se poi si aggiunge che si è in guerra, e che in guerra le cose si osservano quasi sempre da dietro un mirino, è facile immaginare come possa partire un colpo di troppo.
Nessuno ci aveva parlato delle lunghe aste che, attaccate dietro la schiena, sorreggono gli angeli, nessuno ci aveva spiegato chiaramente quanto veloci siano, e quanto possa apparire minaccioso il loro volare in formazione, in spirali sempre più strette e rapide; nessuno, soprattutto, ci aveva descritto la loro voce e il suo effetto terrificante. A onor del vero, bisogna dire che le loro voci sono davvero impossibili da descrivere, quindi per una volta diamo pure ragione ai poeti, ma almeno del loro effetto avrebbero dovuto avvisarci, specialmente ora che siamo in guerra, esistono apposta i bollettini, i telegrammi, le staffette, persino i passaparola, quando ogni altra linea di comunicazione è interrotta dal nemico; bastava un semplice avviso, nella forma più banale possibile, privo di poesia, è tanto difficile fare a meno della poesia, una volta tanto? "Attenzione, a tutte le forze schierate: gli angeli volano in formazione, molto velocemente, sorretti da lunghissime aste che si perdono in cielo; le aste, muovendosi, vibrano in modo da emettere un rombo simile a quello dei bombardieri; le voci degli angeli sono difficili da descrivere, si sappia però che hanno un volume molto alto e che in genere risultano spaventose. Attenzione: gli angeli non sono attualmente schierati con nessuno dei due eserciti. Non sono da considerare bersagli." Bastava dire così, e nessun angelo sarebbe stato abbattuto.

Fortunatamente, gli angeli superstiti non si sono vendicati; si sono limitati a proseguire nella loro discesa fino a toccare terra. Da parte nostra, avevamo cessato il fuoco non appena avevamo visto il modo di cadere dei primi di loro, le penne arruffate, le ali sanguinanti.
Dopo essere atterrati, gli angeli sono stati fatti prigionieri (è la prassi) e condotti verso la tenda del capitano, dove ci sono state alcune spiegazioni. Sono creature molto docili e, considerate le circostanze, estremamente tolleranti; quasi quasi erano loro a scusarsi con noi. Si rendevano ben conto di come per noi la vista di uno di loro potesse risultare spaventosa, così hanno detto, e capivano perfettamente che i tempi non erano dei più facili; sapevano bene come i poeti e i pittori avessero passato sotto silenzio le aste che li sorreggevano (sembrano un po' come quei cavalli di legno delle giostre); erano assolutamente consci di come il loro volo fosse, tutto considerato, una violazione del nostro spazio aereo. In breve, ci siamo trovati tanto d'accordo che hanno deciso di rimanere a vivere con noi.

Comunicato n. 236
Le cose in cielo sono molto diverse da come le si immagina. Gli angeli hanno cercato di descrivercele, ma usano frasi talmente lunghe ed elaborate che di solito finiamo per addormentarci o per essere chiamati dai superiori per altri incarichi, prima che finiscano. Sul motivo che li ha spinti a scendere dal cielo (una cosa che non capitava da chissà quanto tempo) hanno mantenuto un riserbo imbarazzato. Naturalmente, è qualcosa che ha a che fare con il buon Dio, ma non siamo proprio riusciti a capire quale sia la missione di cui questi angeli sono incaricati; a giudicare dalla loro reticenza, dev'essere o una cosa estremamente importante o, viceversa, una cosa talmente stupida da aver vergogna a rivelarla. Noi dell'esercito sappiamo bene come vanno certe faccende.

I soldati, si sa, sono soldati: una delle prime cose che gli uomini hanno voluto vedere è come è fatto un angelo lì sotto. Non sono servite, naturalmente, parole: approfittando della loro bontà e mitezza, ne abbiamo immobilizzato uno tenendolo con le gambe ben divaricate, e abbiamo sollevato la veste. Questa volta i poeti hanno visto giusto: lì sotto non c'è proprio niente, a parte una minuscola fessura nel punto dove gli uomini hanno l'ano. Non come delle vere e proprie natiche: ricorda più il segno che divide in due le albicocche o le prugne.

Comunicato n. 237
Le armi che gli angeli hanno costruito per noi sono infantili, ma proprio per questo il nemico le sottovaluta, fino a quando non è troppo tardi. L'ultima arma che hanno costruito sono gli arcobaleni di ferro, che si sono dimostrati una difesa antiaerea incredibilmente efficace. Il terreno di battaglia è nero di sangue. Gli angeli lo sorvegliano dall'alto, e quando qualcuno dei nemici tenta di avvicinarsi scendono su di lui, girando soavemente in cerchio, lo sollevano per centinaia di metri e lo lasciano cadere, oppure, lì a mezz'aria, lo tirano per le braccia e le gambe in quattro direzioni opposte, fino a squartarlo.
Hanno chiesto di vedere i nostri armamenti. Naturalmente, il nostro orgoglio erano le testate atomiche, ma gli angeli le hanno degnate appena di uno sguardo, chiamandole "pance di bambola". Hanno chiesto di vedere le nostre spade, e quando gli abbiamo detto che, eccettuate quelle per i ricevimenti e le parate, non avevamo spade, ci hanno guardato con compassione, ovvero con disprezzo. Abbiamo provato a spiegargli che, se venissero fatte cadere tutte le testate atomiche, non ci sarebbe più bisogno di alcuna spada, perché sarebbe qualcosa come la fine del mondo. "La fine del mondo", ci hanno risposto, punti sul vivo, "la fine del mondo verrà quando cadranno tutte le spade, le vostre come le nostre, e non certo quando cadranno le pance delle bambole. Non si tratta di energia. La fine del mondo non ha nulla a che fare con l'energia, e ciò che è stato tirato fuori dalla terra non può distruggerla, se ci cade sopra di nuovo. Per costruire tutte le vostre bombe, avete utilizzato una certa quantità di energia. Questa energia è, necessariamente, superiore all'energia stessa contenuta nelle bombe. Quindi, se le bombe contengono davvero energia sufficiente per far finire il mondo, è evidente che in realtà il mondo deve essere già finito. Ma allora il mondo è finito da sempre. Vedete bene dunque che l'energia non c'entra. La fine del mondo è nella caduta delle spade."
Non abbiamo capito queste parole; abbiamo provato a consultare una bibbia, e non abbiamo trovato niente del genere; osservando gli uomini fatti a pezzi dai nostri alleati celesti, gli arcobaleni di ferro contro cui esplodono gli aerei nemici, e le altre armi che ci hanno regalato, così simili a grossi giocattoli, immaginando la caduta delle spade dal cielo, non ci sentiamo più così sicuri; forse i poeti e i pittori, per una volta, hanno avuto ragione? insomma, cominciamo a dubitare che i nostri angeli siano davvero degli angeli.
Tuttavia, nonostante questi timori, abbiamo deciso di tenerli con noi. E' la guerra.

Sabtu, Maret 28

14

A quell'età, la morte ci sembrava una cosa buffa. Ne parlavamo spesso, ridendo fino alle lacrime. Lo dico perché anche adesso stavo ridendo, ma quando mi accorsi che lei invece rimaneva seria, mi feci serio anch'io. Mi chinai, osservando il campione di roccia insieme a lei. Gli altri ridevano ancora.
A quell'età mi innamoravo tutti i giorni. Ma con lei era diverso, perché io ero innamorato di lei da sempre.

"Staccate i tubi dai sostegni e avvicinate gli sfiatatoi ai campioni di roccia. Ora azionate i bocchettoni. Così. Niente paura. Chi ha paura può alzarsi e andarsene. Davvero. Non puntatevi i bocchettoni addosso. E' pericoloso. Per favore, ormai siete tutti abbastanza grandi, o sbaglio? Bene. Osservate come il gas si condensa sulle parti più ruvide del campione."
Non appena azionammo i bocchettoni, il laboratorio si riempì di una specie di nuvola bianca. Anche noi eravamo tutti bianchi. Ci guardammo, e adesso lei rideva. Sembravamo due mugnai di una favola medievale, di quei mugnai crudeli che abbandonano i figli nel bosco o squartano le streghe che hanno bussato per avere un pezzo di pane. Iniziai a cantarle una filastrocca: "Sei fratelli con gli occhi bianchi e neri...", lei però già non mi guardava più, e questo bastava a farmi disperare; ma avevamo lo stesso campione di roccia, dovevamo usare lo stesso bocchettone, e quindi anche se non voleva vedermi era come in trappola. Adesso era costretta a restare con me, mi dicevo, almeno per un altro po'. Al pensiero di questa costrizione, mi eccitavo e mi vergognavo nello stesso tempo. Mi sentivo tonto, matto, osceno, liscio e pieno di zampe, e poi sentivo mille altre cose che non ricordo più.
"Osservate. Prego, osservate. Non preoccupatevi del bianco che avete addosso, si asciugherà rapidamente. Il ciclo degli organismi si attiva solo quando questi entrano in contatto con il campione di roccia, tutti gli altri muoiono. Sì, come il chicco di frumento dei Vangeli; ti ho sentito sai? Non credere. Nomina un'altra volta i Vangeli e ti sbatto fuori dalla porta."
Ridevamo. E' strano quanto si può ridere in certe età. La nuvola stava sparendo, e sulla faccia era rimasta solo una leggera patina, che mandava un odore dolciastro. Gli organismi sul campione sembravano una schiuma, ma ben presto vennero assorbiti dalla roccia.
"Prendete il martelletto e, quando il campione è completamente asciutto, sbriciolate la crosta che si è creata. Ho detto, quando è completamente asciutto, ma non mi sentite quando parlo? Ottimo lavoro: adesso il vostro campione è da buttare. Date qua."
Noi eravamo stati attenti. Il nostro campione era perfettamente asciutto, e quando sbriciolai la crosta trovammo delle specie di piccoli onischi grigi, che si muovevano uno sopra l'altro.
"Non toccateli. Osservate."
Era come quando si sollevano le assi marce e si trovano insetti impazziti. La amavo.
Guardavamo gli onischi grigi. Si raccolsero tutti quanti insieme, facendo un piccolo monticello disordinato e frusciante. Il campione di roccia era sparito, probabilmente sbriciolato e divorato dagli organismi.
"La trasformazione non è finita. Osservate. Ora le corazze si staccheranno. Confrontate ciò che vedete con le diapositive e con il testo. Il ciclo di metamorfosi è la cosa più affascinante. Sapete? nessuno ne ha mai visto davvero la fine. Forse continuano a trasformarsi, non si sa se il..."
Quando le corazze degli onischi iniziarono a staccarsi, mi appoggiò un dito sul dorso della mano. Privi delle corazze, gli onischi erano più morbidi e disciplinati, e subito si misero in fila l'uno dietro l'altro, incamminandosi verso le vaschette metalliche. Senza farsi vedere, lei prese una delle piccole corazze e se la infilò in bocca. Feci lo stesso. Era croccante e asciutta, aveva un sapore di aglio bruciato.
"Cercano un punto in cui raccogliersi. Osservate. Vedete? Se non vanno nelle vaschette per conto loro, indirizzateli con i ferri. Come? Come dici? oh, no, in realtà quello che hanno perso è solo il primo strato. La metamorfosi vera e propria avviene ora. Guarda."
Gli onischi si liberarono di una seconda corazza, una pellicola trasparente e quasi inconsistente. I loro corpi, così liberati, divennero quasi liquidi, e si fusero in una densa marmellata bianca, nella quale galleggiavano i brandelli di pellicola. Uno dei ragazzi in fondo disse una cosa, e tutti si misero a ridere. Lei era diventata rossa come un papavero, ma quando le diedi di gomito per farla ridere, si voltò come se con quel gesto le avessi inflitto un tradimento sconvolgente. Balbettai qualcosa: "Con gli occhi bianchi e neri..."
"Va bene. Ora basta ridere. Abbiamo capito. Prendete le vaschette e versate tutto nei lavelli. I filtri tratterranno le pellicole. Non è finita. Ora seguitemi."
Uscimmo dal laboratorio e poi dall'edificio.
Era strano essere all'aria aperta, perché la scuola serve per tenere le persone lontane dall'aria aperta, al sicuro. Adesso era un'eccezione, ma in ogni caso la raccomandazione continua era di stare attenti.
Arrivammo fino a un tubo scoperto, lo scarico dei lavandini del laboratorio. Aspettammo un po', tirandoci spintoni. Lei era rimasta vicino a me, anche se non era più in trappola, e io cercavo di stare il più possibile immobile, e di non farci caso. Dopo un po', iniziarono a uscire dal tubo. Erano bianchissimi, e grossi come gatti selvatici. Scendevano lungo il rigagnolo d'acqua come morbidi iceberg, e già iniziavamo a indovinare gli occhi. Si dispersero nel giardino.
"Alcuni di loro raggiungeranno il mare. No, che fate? Lasciateli andare. Stupidi. Fate attenzione, sono molto orticanti."
Ne ammazzammo uno a sassate. Alla fine, sembrava morto. Alcuni rimasero per piscare sulla pozza bianca che era rimasta, per essere sicuri che fosse davvero morto. Lei si voltò di colpo verso di me, contrariata. Mi infilò un dito in bocca e mi tolse dai denti un frammento della corazza grigia. Me lo mostrò, poi lo inghiottì. Si mise a ridere, e i suoi occhi erano sempre più grandi.
"Occhi bianchi e neri..."

Quando mi svegliai, avevo ancora in bocca il sapore acerbo di quelle dita. Tenni gli occhi chiusi, sperando di ritornare davanti al rigagnolo; se rimango abbastanza immobile, mi dicevo, se rimango abbastanza immobile... ma ormai la luce del giorno si era fatta troppo forte, e con lei il canto degli uccelli, e la mia gioia.

Minggu, Maret 15

In testa, a Las Vegas


Sarebbe un errore valutare le nostre azioni
da un punto di vista puramente politico.

A. Hitler
PULCINELLA (mandando giù una cucchiaiata di gnocchi): Non dico di no, Ciano, non dico di no. Tuttavia, trovo che il suo famoso ottimismo sia fatto per la gran parte di un profondo tormento. Insomma, un ottimismo disperato.
CIANO (facendo il verso a Pulcinella): "Insomma, un ottimismo disperato". Chiarissimo, certo, un ottimismo disperato: come no. Più chiaro di così si muore. Un ottimismo disperato sarebbe come dire un'alluvione di fiamme, giusto?
PULCINELLA: Be', più o meno, più o meno. Per la verità io non intendevo proprio un'alluvione di fiamme, però volendo si può...
CIANO: No no no no no: scusa ma devo capire bene. Quando dici "un ottimismo disperato" intendi forse dire una cosa, come dire... come dire una carezza in un pugno?
PULCINELLA: Qualcosa del genere, ma non come la canzone, per quanto io abbia qui un mandolino e un tricche pall...
CIANO: Scusa, scusa, non voglio offendere nessuno, ma prima delle canzoni bisogna capire. Prima capire, dopo cantare. E soprattutto, portare pazienza. Dunque; ricapitoliamo. Quando tu dici "un ottimismo disperato", forse intendi parlare di centinaia di coccinelle annegate in un bicchiere di whiskey?
PULCINELLA: Ora non ti seguo più.
CIANO: Voglio solo dire che, forse, quando dici "un ottimismo disperato" intendi parlare di certi tiri sfortunati, quando si giocava a pallone da ragazzi, e la palla andava a infilarsi nell'unico ramo appuntito di tutto il giardino. Ti ricordi, no? sarà successo a tutti, almeno una volta! L'unico ramo di tutto il giardino! E il pallone che si infila proprio lì! Che roba!...
PULCINELLA: Davvero, non capisco di cosa stai parlando; io intendevo solo dire che il suo stesso rapporto con il proprio corpo, così tormentato, dimostra come la materia che forma il suo ottimismo sia in fondo la disperazione, e lo squilibrio. E bada che parlo di "suo ottimismo" come direi "sue macchine" a un venditore di automobili: ma le macchine non sono del venditore; sono solo merce; e così quando dico che lui ha ottimismo, intendo dire che il suo ottimismo è semplicemente la sua merce, ma non gli appartiene veramente. Ciò che è veramente suo è il tormento, e la disperazione perpetua. E' questo quello a cui penso quando ti dico che più che le storia delle nazioni, sarà la storia dell'arte a ricord...
CIANO: Ehi, Pulkey, cerchiamo di non fare troppa confusione in più, vuoi? Mi gira la testa (sbatte i denti; rumore di nacchere).
PULCINELLA: Ciano, ti avrò già detto un centinaio di volte di non chiamarmi Pulkey; che diavolo di nomignolo sarebbe "Pulkey"? Che ne diresti se io cominciassi a chiamarti Chunkey?
CIANO: A me Chunkey va bene, Pulkey, Chunkey mi va a pennello, Pulkey; io, vedi, sono una persona flemmatica e metafisica, Pulkey, proprio così; il buon vecchio Chunkey non se la prende certo per quisquilie come questa, Pulkey.
PULCINELLA: Metafisica? Chunkey, in nome del cielo, ma la metafisica...
CIANO: Senti, Pulkey, non cominciare con le tue solite obiezioni e altre fanfaluche, vuoi? O forse stai cercando di cambiare argomento? Eh, Pulkey? Vuoi cambiare argomento con me? Hai idea della sfida che mi stai lanciando, Pulkey?
PULCINELLA: Ehi, Chunkey, non voglio cambiare argomento con nessuno, solo dico, per favore, piantamola con questi nomignoli, mi sento come se fossi diventato di colpo un irlandese; (riflette) ed è una gran brutta sensazione; ti dirò, è proprio un'orribile sensazione; (guarda lontano, elettrizzato dal terrore) di colpo irlandese... capelli rossi... cenere... patate... pioggia... erba bruciata... mia madre è triste... ehi, Chunkey, che si dice?... gran brutto livido quello, Pulkey... guarda quel tipo, cammina come una frittata... le mie belle braghe bianche... questa è l'Irlanda, figliolo, ed ecco Dublino... a scacchi verdi e rossi... piove sempre... i miei fratelli scendono in città per fare a pugni... niente più gnocchi... mio padre mi chiamava confettinoooooo... (congestionato dal panico) Ti prego Chunkey, ti dirò tutto quello che vuoi, ma facciamola finita con questi nomignoli!
CIANO: Solo un altro minuto, Pulkey, poi ti lascio tornare ai tuoi gnocchi e ai tuoi nomi; giusto il tempo di capire, vuoi? Dunque; (congiunge i polpastrelli di legno e fissa gli occhi di vetro su un punto imprecisato del soffitto) esaminiamo la faccenda con calma, Pulkey, vuoi?
PULCINELLA (rassegnato): Sono tutto tuo, Chunkey.
CIANO (tirando un pugno sul tavolo): Questo è lo spirito giusto, Pulkey, questo è lo spirito, per dio! Tutto mio, proprio così! L'ho sempre detto, io, che tu hai lo spirito giusto, Pulkey! Potta di san Patrizio, sì! Lo dico sempre anche ai tuoi fratelli, quando scendono a Dublino per fare a pugni; li guardo fisso negli occhi uno per uno e poi gli dico: "Sentite, ragazzi, il vostro Pulkey avrà pure la testa dura come una botte di whiskey, e farà disperare voi e vostra madre, ma perdiana quel ragazzo ha lo spirito giusto!". Proprio così! Potta di san Patrizio, sì!
PULCINELLA: Senti Chunkey, vanno bene i pugni, lo spirito, le botti di whiskey, mia madre e i miei fratelli, e va bene persino Dublino, ma da quale buco d'inferno salta fuori la potta di san Patrizio? Cosa diavolo sarebbe? Certe volte penso che finirai col farmi impazzire.
CIANO: Pulkey, non farmi rimangiare tutte le parole buone che ho speso per te, davvero non farlo. Potta di san Patrizio, no. Non ti piacerebbe sapere cosa è successo all'ultimo che mi ha fatto rimangiare tutte le parole buone, potta di san Patrizio, non ti piacerebbbe, no; e già che ci siamo, non credo nemmeno che tu voglia sapere cosa sia la potta di san Patrizio; non credo proprio che tu abbia abbastanza fegato per andare addentro simili questioni; non fino a quel punto, almeno; (rabbonendosi, con voce materna) avanti, Pulkey, riprendiamo il discorso da dove l'avevamo lasciato; vuoi, Pulkey?
PULCINELLA: Ma certo, Chunkey.
CIANO: Senti, non è che voglio fare il difficile, è solo che oggi non ne imbrocchi nemmeno una, Pulkey, davvero. Capisci? stai sbagliando tutto, e così io mi confondo e divento irritabile. Be'; be'; dunque; (ricomponendosi e unendo di nuovo i polpastrelli; rumore di nacchere) dunque. Quando tu dici "un ottimismo disperato", intendi forse parlare di un cane che piscia contro il tuo letto?
PULCINELLA: Chunkey, potta di san Pat...
CIANO: Risponda solo sì o no, imputato Pulkey!
PULCINELLA: "Imputato Pulkey"?! ma...
CIANO: Imputato Pulkey, le sono chiare le regole di questo interrogatorio e il comportamento che l'imputato deve tenere davanti alla corte?
PULCINELLA: Interrogatorio?! Corte?! Chunkey, potta di san Pat...
CIANO: Imputato Pulkey, la Corte di Dublino la invita a moderare il suo linguaggio, e a limitarsi a rispondere solo con un bel sì o un bel no alle domande dell'accusa.
PULCINELLA (urlando e facendo l'atto di stracciarsi vesti e capelli): Io! non sono! irlandese! Io! non sono! l'imputato! Pulkey!
CIANO (senza perdere la calma): Imputato Pulkey, se continua su questa linea mi vedrò costretto a farla allontanare dall'aula, e mi creda quando le dico che non sarà come fare una gita in barca, no, proprio per niente. Faccia la cortesia di usare a questa corte dei modi più... come dire? confortevoli, ecco.
PULCINELLA: Confortevoli? un accidente! corte e cortesia? un accidente! Potta di s...
CIANO (tuonando): Imputato Pulkey, non mi ripeterò: modi più confortevoli. Non me lo faccia ripetere un'altra volta, imputato Pulkey, davvero non le conviene (suono di nacchere; Pulcinella ne è annichilito). Dunque; uhm... dunque... Ecco. Quando l'imputato Pulkey dice "un ottimismo disperato", intende forse, l'imputato, parlare di un cane che piscia contro il suo letto? L'imputato Pulkey risponda con un sì o con un no.
Ebbene?
PULCINELLA: No.
CIANO (stringente, avvocatesco, vagamente ironico): Allora, forse, con "ottimismo disperato" l'imputato Pulkey intendeva parlare di una rosa infilata nel sedere di un gatto randagio, non è forse così?
PULCINELLA: In nessun modo, no.
CIANO: Forse di un giocatore di cricket strabico?
PULCINELLA: No.
CIANO: Non di un tubo di ferro tagliato in due?
PULCINELLA: Nix.
CIANO: Né di un bel paio di sandali che rotolano giù per un burrone?
PULCINELLA: Acqua.
CIANO: Forse di una suora senza mutande?
PULCINELLA: Nein.
CIANO: Allora sicuramente di un gabbiano che...

(Entra CUBBER)

CIANO: Ehi, Cubbey!
CUBBER: Ehi, Chunkey. Ehi, Pulkey, cos'è quella faccia da imputato irlandese?
PULCINELLA (scattando): Senti un po', ora ti ci metti anche tu?
CUBBER: Be'! Be'! Che succede? oggi siamo un po' nervosetti mi pare, potta di san Patrizio; (si guarda intorno) ehi, dov'è finito il mio bidone?
CIANO: Eccolo laggiù.

(Trascinandosi goffamente con le zampe, Cubber raggiunge un bidone di ferro pieno di mangime e, con un grugnito di soddisfazione, ci tuffa dentro il becco, schizzando Ciano di cibo.)

CIANO (strizzando l'occhio a Pulcinella): Ehi, Pulkey, non la senti anche tu questa specie di puzza? No? Sembra come... ehi, Cubbey, non avrai mica pestato per sbaglio una cacca di sfinge? eh? o magari uno scheletro ti ha scoreggiato addosso. Ah, ah, ah, ah, ah.
CUBBER (continuando a mangiare): Divertente, Chunkey, davvero. A volte mi chiedo cosa avessero in testa, a Las Vegas, quando ti hanno licenziato; (tira su la testa dal bidone) be'; be'; allora, di cosa stavate parlando? Mi è sembrato di sentire le parole "ottimismo disperato". (Ciano e Pulcinella si scambiano uno sguardo allarmato, che Cubber mostra di non notare). Sembra interessante, anche se non capisco bene cosa voglia dire; "ottimismo disperato"... forse stavate parlando di quelli che sono capaci di andare in bicicletta senza mani? o di quei musicisti che eseguono Ponchielli usando fette di carne al posto dei violini?

(Adocchia alcune teste di pesce rimaste in mezzo al pastone e, senza attendere la risposta, affonda di nuovo la testa nel bidone per prenderle; Pulcinella e Ciano ne approfittano per allontanarsi dal tavolo; si parlano sottovoce.)

CIANO: E' un bel guaio. Meglio non parlargliene.
PULCINELLA: Già, l'ultima volta ci mancava poco che mettesse in piedi un comizio.
CIANO: Una tortura, non la finiva più di blaterare. Mi ha fatto passare l'appetito, quella volta, davvero.
PULCINELLA: Come sarebbe a dire? quale appetito? Tu non hai lo stomaco.
CIANO: Parlavo in via metafisica, cretino.
PULCINELLA: Maledizione a te e a chi ti capisce, potta di san Pat...
CUBBER (mezzo infilato nel bidone): Avanti avanti, pesciolini, avanti pesciolini...
PULCINELLA: Comunque sia, zitti e mosca.
CIANO: Lascia fare a me; (torna verso il bidone di Cubber, tenendo Pulcinella a braccetto e parlando con un tono di voce ostentatamente alto) ma sì, mio caro, ne convengo, è di certo un ottimismo disperato, ecco, proprio così, potta di san Patrizio! mi hai praticamente tolto le parole di bocca: ot-ti-mi-smo di-spe-ra-to, proprio così. Per quanto, mi capirai anche tu, con tutto il suo ottimismo disperato non posso fare a meno di provare un po' di simpatia per lui. Io, inutile negarlo, sono un pupazzetto, e proprio per questo guardo con viva commozione e ancor più vivo interesse ad un ottimista disperato come lui; si capisce, no? un ottimista disperato che cerca in tutti i modi di trasformarsi in una bambola russa... in una bella bambolina disperata... non può che trovare in me... io stesso bambolina... (perde il filo; inizia ad eccitarsi; stringe forte il braccio di Pulcinella, che per il dolore quasi si lascia cadere la maschera; rumore di nacchere) sì, proprio... una bella bambolina con tanti capelli rossi e la pelle di pesca... una bella bambolina ottimista e disperata... tutta sola e così disperata, e così ottimista... e così disperata... poi che succede? te lo dico io che succede, Pulkey... succede che la bambolina ottimista e disperata incontra un pupazzetto flemmatico e metafisico come me... e allora, allora è presto detto... praticamente fatti uno per l'altra... (trascina Pulcinella in una cosa che sembra un valzer) un due tre, un due tre... eleganza... elegante... elefante... un due tre, un due tre... elezioni... erezioni... lo sai come succede: basta uno sguardo e poi... un due tre, ti saluto ottimismo!... un due tre, ti saluto disperazione!... un due tre, ti saluto metafisica!... un due tre, ti saluto mutande!... ah, potta di san Patrizio, sì!... un due tre!... un due tre!...

(Man mano che Ciano parla, il rumore di nacchere si fa sempre più forte e rapido. Pulcinella, ancora intrappolato nella stretta di Ciano, osserva il pupazzetto, chiedendosi come faccia a emettere quel suono; poi, puntando un piede contro la faccia di legno di Ciano, riesce finalmente a liberare il braccio; il rumore di nacchere diventa assordante.)

CIANO (strillando): Potta di san Patrizio!... potta di san Patrizio!... un due tre, un milione!... un due tre, due milioni!... venti milioni!... cento milioni!... un milione di milioni!... ambo!... terna!... quaterna!... tombola!... jackpot!... tilt!... tilt!... tilt!...

(Pulcinella, tenendosi il braccio dolorante, cerca di bloccare Ciano, che ha iniziato a girare come una trottola; gli tira dei calci e alcuni oggetti, piatti, pentole, posate; colpendolo ripetutamende sul sedere, riesce a riportare il pupazzetto verso il tavolo, ma Ciano non smette di girare su se stesso a folle velocità; nel frattempo Cubber, rovistando in modo sempre più ansioso nel bidone del mangime, è scivolato dentro, e adesso dal bidone spuntano solo gli artigli e due o tre tentacoli; le nacchere aumentano di numero.)

CUBBER: Sono incastrato nel bidone! Tiratemi fuori!
CIANO: Tilt!... tilt!... tilt!... Mermemèo.

(Agitandosi più del dovuto, Cubber rovina a terra e inizia a rotolare in giro, intrappolato nel bidone; Pulcinella, disperato, passa dal pupazzetto al bidone, tirando calci forsennati a tutt'e due; il rumore delle nacchere fa esplodere alcune lampadine elettriche.)

CUBBER: Potta!
CIANO: Potta!
PULCINELLA: Potta!
TUTTI E TRE IN CORO: Pottttaaaaaaa!...

(Entra COCHLEA, in stato avanzato di putrefazione; il pandemonio si placa di colpo; Cubber striscia fuori dal bidone, tutto coperto di mangime; prova a volare un po' di qua e di là, ma il pastone gli appesantisce le penne; riesce solo a fare qualche goffo balzo da tacchino; alla fine rinuncia, appollaiandosi sul bidone ribaltato e dando di quando in quando qualche beccata al mangime rovesciato per terra; Pulcinella continua meccanicamente a tirare calci nel sedere di Ciano, che pian piano si ferma; il rumore di nacchere cessa.)

COCHLEA (guatando i presenti, in cerca di comprensione): Potta...
CIANO: Ciao, fata.

(Contrariata, Cochlea mostra a Ciano il dito medio; prontamente, Ciano glielo afferra e glielo strappa via, poi lo lancia verso Cubber, che vi si getta sopra come se fosse l'ultimo pezzo di cibo rimasto sulla terra.)

CUBBER: Uh, mamma mia, che delizia! Della vera torta all'uovo! Erano anni che non ne mangiavo!...
COCHLEA (perplessa): Ghh?
PULCINELLA (a Cochlea, gentilmente): Ho paura che ormai se lo sia già mangiato. Da non credere, vero? E' sempre stato un ghiottone.
COCHLEA (senza togliere lo sguardo da Cubber che si rotola nel pastone): Ghh?
CIANO (a Cochlea): Già, tanto vale metterci una pietra sopra.

(Pausa; i tre osservano Cubber che si rotola per terra in preda alla frenesia.)

PULCINELLA: Certo che è una vera porcheria...
CIANO: Del resto l'hai sentito anche tu, no? "Torta all'uovo", così ha detto...

(Dopo qualche minuto, Cubber si accorge di essere osservato; lentamente si tira su, cercando di darsi un'aria la più dignitosa possibile; Cochlea vomita qualcosa.)

CUBBER (a Cochlea, imbarazzato): Io veramente stavo solo cercando di capire di cosa stavano parlando lui e lui (indica Ciano e Pulcinella), e cosa avevano detto dopo le parole "ottimismo disperato". Mi sembrava fosse qualcosa che riguardava la conservazione della birra, un argomento su cui io, in gioventù... sapete... la birra... avete presente quando... per questo, è stato solo per questo... quando ho sentito che poteva trattarsi di birra mi sono avvicinato... così, per discutere un po' anch'io... tutto qui... poi ho visto le teste di pesce e...(annientato dall'imbarazzo, non riesce a finire la frase).
COCHLEA (a Pulcinella e a Ciano): P... P... P... Patrizio?... (vomita ancora qualcosina).
PULCINELLA (cavalleresco): Ora basta; Ciano; Cubber; questa signora non si sente bene.
CIANO (a Cochlea, confidenzialmente): Be', Ciano è il nome che tutti usano con me, ma lei può chiamarmi Chunkey. Non si sente bene? Non me n'ero accorto, davvero; sa, io non ho lo stomaco; una faccenda di metafisica, capisce. A volte mi metto del cibo in bocca, ma è tutta una finta, faccio solo dei pezzetti, vede? (sbatte i denti; rumore di nacchere). Poi sputo tutto nel bidone, per lui (indica Cubber). Siamo come una famiglia, non deve aver paura. Allora, vediamo un po' come possiamo aiutarla; tanto per cominciare, lei conosce, per caso, il significato dell'espressione "ottimismo disperato"? Io e il mio amico, qui (Pulcinella fa un inchino, sillabando il proprio nome con la bocca, senza parlare), pensiamo si tratti di gergo militare, e che possa riguardare l'eventuale utilizzo degli angeli nelle forze armate, come agenti in perlustrazione, capisce... nessuno, nemmeno un nemico, sparerebbe mai ad un angelo... hanno tutti paura che porti iella... e così... tuttavia siamo aperti anche ad altri punti di vista, sa com'è, siamo tutt'e due metafisici e battezzati, e quindi... lei può... di certo... non è vero Pulkey? diglielo anche tu, avanti.
PULCINELLA: Servo vostro, signora. Il nome giusto è Pulcinella. L'ospedale più vicino è a due passi da qui. La caricheremo sulla sua groppa (indica Cubber) e in men che non si dica sarà in mezzo a medici e infermieri, vedrà che bellezza.
CIANO: Questo sì che è parlare, Pulkey! Venga signora, si lasci aiutare, e strada facendo magari ci vorrà dire...
CUBBER (si fa avanti, ritrovando coraggio man mano che parla): Sentite un po', io la porto dove volete, ma prima vorrei capire di cosa stavate parlando; (gracchia) COAAK! Questa storia dell'ottimismo disperato, in realtà, non piace neanche un po' (guarda severamente Ciano e Pulcinella); non mi è mai piaciuta, fin dall'inizio; non l'ho detto subito, per potervi cogliere in fallo, ma ormai è inutile. Pulkey; Chunkey; avvicinatevi un po' qua.

(Pulcinella e Ciano fanno un passo avanti, guardando in basso; Cubber li fissa uno ad uno, con pezzetti di mangime che gli cadono dalla cresta e dalla coda; Cochlea si guarda intorno, si accorge di essere rimasta da sola e fa qualche passetto anche lei, fino a prendere con le manine putrefatte le mani di Pulcinella e Ciano; a quella vista, Cubber si intenerisce.)

CUBBER (ammansito): Insomma, volete dirmi sì o no di cosa stavate parlando? Tu (indica Ciano); mentre ero intrappolato nel bidone ho sentito benissimo che parlavi di pupazzetti ottimisti con tanti capelli rossi; (Ciano fa no con la testa); non barare con me, Chunkey, non te lo consiglio; se tu sapessi quello che è successo all'ultimo che ha barato con me, ti garantisco che perderesti il sonno.
CIANO (diplomatico): Io comunque non dormo mai, testa di cazzo.
CUBBER: Tanto meglio, Chunkey, tanto meglio. Voglio solo capire. Allora, chi è questo pupazzetto ottimista, eh?
COCHLEA: P... P... Potta...
CIANO (si mette sull'attenti): Signore. Nome: Chunkey. Grado: soldato semplice Chunkey. Numero di matricola: non pervenuto, signore. Mia nonna era una bambola gonfiabile. Mio nonno era un gancio di ferro, signore. Mio padre era un biscotto. Mia madre era amica intima del caporal maggiore Ludwig van Beetho...
CUBBER: Insomma! o parlate o...
PULCINELLA: Ecco...
CUBBER: Sì?
CIANO: Pulkey, lascia stare.
CUBBER: Tu lascialo parlare; (a Pulcinella) dunque?
PULCINELLA: Era...
CUBBER: Sì?
COCHLEA: P... P... P...
PULCINELLA: E'...
CIANO: Pulkey, sei un pappamolla.
CUBBER: Lascia che dica, con te faccio i conti dopo.
PULCINELLA: E'... (guarda per un attimo Cochlea, anche lei interessatissima) ecco, si tratta... si tratta del... del... del re dei pappagalli, ecco.

(Tutti restano senza parole; Ciano tira un peto; Cochlea allunga una mano come per vedere se piove; Cubber inghiotte un lembo di pelle di pesce che gli pendeva dal becco.)

CUBBER: Il re dei pappagalli? Ho capito bene? Hai detto il re dei pappagalli?
PULCINELLA (balbettando, con un filo di voce): Il re dei pappagalli... nessuno sa se è un uomo o un pappagallo... è sempre fermo lì... appoggiato sulla cima di un albero... in mezzo alla giungla... ogni giorno tutti i pappagalli della foresta si radunando sull'albero del loro re... sembrano un fiume di sangue o di lava... poi dal re dei pappagalli iniziano a uscire delle parole... ha un corpo di legno come quello di Chunkey... ma non si sa se dentro c'è un pappagallo o solamente delle rotelle e un disco... il re pappagallo dice le parole e i pappagalli le ripetono... fino a che non le hanno imparate a memoria... poi quando le hanno imparate bene volano via dall'albero, come una finta fioritura... volano per tutta la giungla ripetendo a tutti gli animali gli ordini del loro re...
CUBBER: E poi che succede? Che succede quando tutti hanno sentito gli ordini del re pappagallo?

(Pausa. Tutti guardano Pulcinella.)

PULCINELLA (imbronciato): Non succede niente. Non succede mai niente, nella giungla.
CUBBER: Niente; così, eh? E questo sarebbe l'ottimismo disperato? (guarda Pulcinella, poi Ciano e Cochlea, che si tengono ancora per mano) Uff. E va bene, potta di san Patrizio, non succede niente. Mi domando quando imparerete. Ora andiamo in ospedale.

(Si carica Cochlea sulla groppa e prende per mano Ciano e Pulcinella; dopo un po' che camminano, Ciano si allontana per inseguire un gatto randagio.
Si sente da lontano la sirena di un'ambulanza.
)

SIPARIO


Minggu, Maret 8

Jelek jelek, senang senang

Di sini, dari aku dan dari Hannes (terima kasih blog&nuvole, cronomoto, fruscii, isolaVirtuale).